Valerio Giacomelli

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Cosa consumi ogni giorno (e chi stai diventando)

Scroll, like, feed: sembra innocuo. In realtà stai addestrando un algoritmo che ti somiglia sempre di più, e indirettamente stai votando per la versione di te che arriverà tra qualche anno.

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C’è una cosa che secondo me sottovalutiamo completamente.

Ogni giorno passiamo ore a consumare contenuti. Non necessariamente perché siamo superficiali, o perché non abbiamo nulla da fare. Spesso è l’intervallo tra un impegno e l’altro, la pausa, il momento in cui il cervello vuole staccare. Capita. È umano.

Il problema non è la pausa in sé. Il problema è cosa facciamo in quella pausa, e con quale consapevolezza.

Scrolliamo, guardiamo, a volte mettiamo like, a volte seguiamo persone. A volte entriamo in spirali strane: partiamo da una notizia e finiamo su un video che non sapevamo neanche di volere. E mentre lo facciamo, c’è una voce interiore che dice che tanto è solo intrattenimento.

Ecco: lì secondo me ci perdiamo.

Perché non è neutrale. Non lo è per niente.

Stai allenando un sistema

Ogni interazione dice all’algoritmo una frase chiarissima: dammi più di questo.

Non è filosofia, è meccanica. Il sistema impara dai segnali. Cosa guardi, quanto resti, cosa salvi, cosa commenti, cosa ignori. Nel tempo quel sistema diventa più preciso. Più affilato. Più allineato a quello che già ti tiene incollato.

E qui arriva la parte scomoda.

Non stiamo solo scegliendo cosa vedere. Stiamo scegliendo da cosa farci influenzare. E quindi, indirettamente, stiamo scegliendo chi diventare.

Non nel senso melodrammatico da cartolina. Nel senso pratico: la mente si addestra con ripetizione. Se passi mesi immerso in contenuti reattivi, polemici, ansiosi, o iper-semplificati, il tuo modo di classificare il mondo tende a somigliare a quello. Se passi mesi su storie di costruzione, fallimento, disciplina, curiosità, anche lì tendi a somigliare a quello.

Non perché internet ti renda cattivo o buono. Ma perché quello che ripeti diventa normale.

Non è solo tempo perso. È direzione presa

Io non sono moralista sullo smartphone. Uso social, seguo persone, mi informo online come tutti. Il punto è un altro: se non imposti confini, il default non è equilibrio. Il default è massima resa algoritmica, cioè massima resa a ciò che ti tiene più a lungo sullo schermo.

E spesso ciò che ti tiene più a lungo non coincide con ciò che ti rende più capace, più sereno, più lucido nelle decisioni importanti.

Allora la domanda utile non è se devi smettere. La domanda utile è: questo input mi sta migliorando, o mi sta solo confortando nel breve?

Perché quello che consumi ogni giorno finisce per diventare quello che pensi. E quello che pensi, nel tempo, diventa quello che fai.

Non in modo magico, in modo banale: priorità, linguaggio, paura, ambizione, tolleranza al rischio, rapporto con il lavoro, con il denaro, con le persone. È tutto collegato.

Il filtro che ti conviene avere

Io non credo nella soluzione da manuale del cancella tutto e vivi nel bosco. Per molti di noi il digitale è anche lavoro, opportunità, rete, curiosità.

Però credo in un filtro semplice, quasi rudimentale: pochi input di alta qualità, scelti, e tutto il resto trattato per quello che è, cioè rumore con un prezzo.

Il prezzo non è solo il tempo.

È anche la finezza con cui osservi la realtà quando non sei più abituato a stare senza stimoli continui.

È anche la pazienza per progetti lunghi, che non danno like immediati.

È anche la capacità di leggere testi difficili, che non hanno un hook da dieci secondi.

Se vuoi, è proprio lì che si gioca la partita su chi diventi tra cinque anni. Non nel grande manifesto. Nelle abitudini microscopiche.

Una chiusura onesta

Non sto dicendo che bisogna ottimizzare ogni minuto della giornata. Sarebbe assurdo, e pure controproducente.

Sto dicendo che vale la pena, ogni tanto, guardare il feed come si guarda un frigorifero: non per giudicarsi, ma per chiedersi cosa c’è dentro e se è quello che vuoi davvero nutrirti.

Perché in fondo, sì: stai allenando un sistema.

La buona notizia è che puoi anche smettere di dargli solo ciò che ti rende più piccolo.

E iniziare a dargli, piano piano, qualcosa che ti allarga.